Disabili e Ausili i numeri in Europa

Pubblicato da: DisabiliNews Redazione Categoria: Curiosità Data di pubblicazione: 25 Settembre 2012

L’indagine, commissionata all’Istituto per la Ricerca Sociale, si è svolta su un campione di Paesi europei che hanno offerto la possibilità di comparare il quadro normativo e applicativo riguardante la diffusione degli ausili e delle tecnologie assistive. La scelta dei Paesi, oltre all’Italia, ha privilegiato la Francia date le similitudini sui fondamentali socio-economici e l’Olanda quale esempio avanzato sul fronte delle nuove tecnologie e dei percorsi integrativi delle persone disabili.

L’ipotesi di lavoro era di ricostruire le principali grandezze anche di mercato, attingendo in primis alle fonti ufficiali, al fine di fornire elementi di spunto agli attori delle politiche di settore per tratteggiare possibili margini di sviluppo e miglioramento degli interventi rivolti alle persone disabili. Quali fonti di riferimento, sono stati considerati: statistiche fornite ad esempio da Istat, Eurostat, OCDE; ricerche specifiche; siti web specialistici e pubblicazioni scientifiche sul tema, contributi di esperti – con uno sguardo privilegiato verso la frontiera dell’ICT (Information and Communication Technologies) – nella consapevolezza che questo tipo di tecnologie (progettate per gestire e trasferire informazioni) rappresentano dei formidabili mezzi per modulare le opportunità sociali per le persone con disabilità, in ogni ambito vitale.

La ricerca si è misurata con la carenza informativa presente ai diversi livelli istituzionali, nonostante le raccomandazioni espresse dalla stessa Unione Europea, ma ha tentato di individuare una serie di variabili di sistema che nei contesti nazionali si considerano, dal punto di vista della diffusione e buon utilizzo delle tecnologie AT-ICT, “facilitatrici di processo”. Ecco dunque alcuni dati interessanti emersi dal lavoro sulle fonti.

I dati nei tre Paesi europei considerati

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il 7-10% della popolazione globale abbia una disabilità con conseguenze sociali, educative e/o economiche.

Sappiamo tuttavia che definire la disabilità rimane a tutt’oggi un problema aperto. Una prima difficoltà riguarda la stessa definizione di disabilità che, come è noto, non è universale: cambia a seconda delle finalità della rilevazione statistica, del soggetto che la promuove e di chi la porta a termine. A partire da criteri diversi, si arriva a stime che si discostano molto: la stessa Indagine Multiscopo Istat sulla Condizione di Salute e ricorso ai servizi sanitari considera le persone con disabilità grave con età superiore ai 6 anni (che vivono in famiglia) ma anche le persone che “manifestano una apprezzabile difficoltà nello svolgimento di almeno una delle funzioni essenziali”. Cambiando i criteri, si passa dal 5% al 13% della popolazione di riferimento. Come vedremo, tale proporzione varia ulteriormente se si considera un criterio di disabilità “percepita”.

Da un primo confronto tra Olanda, Francia e Italia consentito dai dati disponibili, risulta infatti che in Olanda vivono molti più disabili rispetto agli altri due Paesi (18.6% della popolazione 15-64 anni contro 15,3% e 7,8%). La differenza, anche per noi inaspettata, è spiegabile con due ordini di fattori: il primo è sostanzialmente normativo e fa riferimento alla possibilità di allargare i criteri di certificazione utili per poter ricevere un sussidio, concessi in Olanda negli anni ’90 per far fronte a una congiuntura economica sfavorevole; il secondo crediamo sia da ricercare sul versante dell’integrazione: trattandosi di una proprietà che le persone si attribuiscono (la fonte dei dati considera una self-reported disability), essere disabili in Olanda è con ogni probabilità più sostenibile, e quindi maggiormente rivelabile, grazie alla rete dei servizi offerti e alle possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale.

Rivolgendo l’attenzione a dei valori assoluti, la popolazione con disabilità in Olanda è di circa 3.500.000 soggetti, mentre in Italia data una popolazione ben superiore sono “soltanto” 6.980.000. A fronte di una popolazione disabile portatrice di bisogni, gli Stati spendono ingenti somme in trasferimenti monetari e servizi, ad esempio nei confronti dei beneficiari di sussidio, che in Olanda sono l’8,6% della popolazione di riferimento, in Italia il 5,5% e Francia il 3,7%. Dal bilancio dello Stato vengono finalizzate inoltre risorse registrate sotto la voce “integrazione disabili”: si parla di 414,0 €mio all’anno in Olanda (0,5% sul PIL), 1196,4 in Francia (0,1% sul PIL), contro una cifra risibile in Italia (solo 32,5 €mio all’anno). Naturalmente è necessario precisare che spendere molto sul versante delle politiche integrative non significa automaticamente spendere bene o in modo produttivo; le cifre che abbiamo richiamato sembrano però dare i loro frutti.

Infatti, sebbene i disabili olandesi siano in proporzione più numerosi, essi si dimostrano più attivi nel mercato del lavoro (il tasso di partecipazione al lavoro rapportato a quello della popolazione in generale è 0,66 contro lo 0,50 dell’Italia) e molto meno disoccupati (9,6% contro 17,1%). Non è forse un caso che in Olanda si utilizzino modalità di telelavoro quattro volte più che in Italia (14% contro 3,9%).

Comparazione sulla diffusione degli ausili e delle tecnologie assistive

Particolarmente interessanti, dal punto di vista che maggiormente riguardava la ricerca, sono i dati relativi all’area della vita dominata dagli strumenti ICT. Nella tabella sono riportati degli indici sulle skill e sulla penetrazione delle nuove tecnologie.

Osserviamo dalla comparazione che per il nostro Paese esistono notevoli spazi di miglioramento in termini di sviluppo complessivo nell’utilizzo delle nuove tecnologie: l’indice di interazione con internet è infatti pari a 10.7 mentre in Olanda raggiunge 44.0, nonostante i costi di connessione più gravosi, e l’indice di penetrazione nei nuclei familiari è del 43% contro l’83%. Tale spazio di miglioramento risulta promettente anche se guardiamo all’unico dato disponibile per i disabili italiani, che dichiarano di utilizzare il personal computer solo nel 27,4% dei casi.

Alcune considerazioni di merito

Alla luce dei dati raccolti, proponiamo alcune riflessioni maturate grazie al confronto con gli esperti e i referenti istituzionali. Un primo punto è relativo alle statistiche. Sulla domanda “quanti sono i disabili”, ci troviamo davanti a una domanda probabilmente mal posta: il problema è di rilevare grandezze su una variabile multi-dimensionale che connota in modo diverso le persone disabili (i potenziali “clienti” degli ausili) a seconda del punto di vista e del criterio definitorio utilizzato (ad esempio le tabelle di invalidità civile, i riconoscimenti ex legge 104, il modello ICF che misura la disabilità di fronte a un’attività, ecc.).

Per quanto riguarda il mercato degli ausili, inoltre, è da analizzare il ruolo complesso svolto dai fornitori che si rivolgono non solo a clienti privati, ma anche al comparto sanitario che si occupa di riabilitazione, alla scuola, al mondo delle imprese. I canali distributivi sono molteplici e rendono di fatto impossibile ricostruire dei dati statistici da fonti ufficiali. Il problema, più che sul versante della diffusione degli ausili, risiede nella mancanza di informazioni sulle modalità del loro utilizzo. A nostro avviso sarebbe molto più utile ragionare su quante persone hanno bisogno di una data cosa, di un dato sostegno, di un dato percorso.

Da parte delle ASL, si sottolinea che il problema centrale è la riabilitazione. Gli ausili – letteralmente “aiuti” – sono un elemento molto importante che può condizionare in senso positivo la vita delle persone disabili. Non basta però possederli, è fondamentale saperne fare buon uso. A detta degli esperti, l’utilizzo degli ausili dovrebbe infatti essere legato alla costruzione di un progetto di assistenza personalizzato, in cui sia prevista la dotazione di ausili di qualunque tipologia (ICT, ma anche carrozzelle, deambulatori, protesi informatizzate …). La formazione in questo caso è un fattore cruciale per la diffusione e l’utilizzo adeguato delle nuove tecnologie. Alcune istituzioni offrono opportunità formative che andrebbero integrate in progetti riabilitativi personalizzati. Su questa direttrice operano già, ad esempio, il Centro Protesi INAIL di Vigorso di Budrio (BO) e il Polo Tecnologico della Fondazione Don Carlo Gnocchi di Milano.

È noto che il Nomenclatore tariffario attualmente in vigore consente di riconoscere ai disabili una rosa ristretta di ausili ICT, in parte tecnologicamente superati. Eccezione in questo senso è rappresentata dall’intervento dell’INAIL a favore dei propri assistiti e da alcune politiche regionali che, finanziando progetti nell’area dell’autonomia e della vita indipendente, non hanno tuttavia l’ambizione di introdurre degli specifici livelli essenziali di assistenza. La partita del Nomenclatore, attualmente in fase di discussione in sede di Conferenza Stato-Regioni, rappresenta un fattore cruciale nel campo degli ausili sul quale da anni si misura l’attività di advocacy portata avanti dalle associazioni di tutela come FAND, FISH, EDF e l’attività di lobbying dei produttori.

Il rapporto di ricerca presenta molti altri dati, raccolti anche su base regionale, e si conclude delineando delle piste di approfondimento che sarebbe interessante intraprendere, per esempio con un Osservatorio tematico o specifiche ricerche sulle modalità di utilizzo degli ausili AT-ICT, cogliendo i suggerimenti della comunità degli esperti.

di:  Claudio Castegnaro – ricercatore IRS,  Angelo Davalli – referente Centro Protesi INAIL,  Luciano Ceccarelli – referente ASPHI

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